Crisi esistenziali e spese solitarie

Un uomo di fretta si ferma in cassa.
“Ciao, dimmi pure!”gli dico.
“Ciao, un caffè per favore!”.È gentile, sono molto gioiosa di ciò. “Ti lascio anche il timbro, per ogni caffè che prendi te ne lasciamo uno e quando arrivi a 10 hai il barattolino di caffè macinato in omaggio!” ripeto per l’ennesima volta durante la giornata aspettando e pregustando già la battuta di risposta più gettonata: “Ma vuoto o pieno me lo dai il barattolino??” Continua a leggere

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Pacche sulle spalle e sorrisi

VENERDì SERA

“Che bello domani inizio alle 10”penso, “posso dormire fino alle 9!”.

SABATO MATTINA, ORE 8.27

Qualcosa mi sta toccando il braccio, sento una voce in lontananza. Apro gli occhi. Mamma.
Chiede se devo iniziare a lavorare alle 9 o svegliarmi alle 9: nel primo caso sarei in esagerato ritardo, nel secondo non devo arrabbiarmi perchè mi ha svegliata, dice, voleva solo essere sicura.
In evidente difficoltà provo a elaborare una risposta, ma con la coda dell’occhio vedo il telefono illuminarsi: qualcuno mi sta chiamando. Ansia. Sono in ritardo? Ho sbagliato orario? Dovevo iniziare alle 7 e non lo sapevo? Rispondo cercando di non farmi travolgere dall’ansia e mascherando la voce assonnata.
“Ah, Vero scusa stavi dormendo!”. Non devo aver finto benissimo.
La mia collega mi spiega che è successo qualcosa in negozio ed è necessario che io vada il prima possibile. Riattacco. Controllo il telefono: 6 chiamate perse e 6 messaggi tra capo e colleghi. Ok, hanno bisogno. Maledicendomi per aver anche solo pensato di dormire mezz’ora in più del solito atterrata da un’influenza che dopo una settimana non ha ancora deciso di abbandonarmi, mi preparo il più velocemente possibile. Sono le 8.28.

SABATO MATTINA, ORE 8.43

Io e la mia angoscia saliamo in auto e ci avviamo verso il centro. La strada è deserta, ma il contadino sul trattore a 40 km/h sul provinciale riusciamo a beccarcelo lo stesso, anche questa volta.

SABATO MATTINA, ORE 8.50

Arrivo in negozio,subito mi imbatto nel mio capo, sento parole e imprecazioni che non mi sento di riportare. Mi saluta, mi ringrazia di essere arrivata in anticipo, mi spiega che la nuova collega ha deciso di non presentarsi quella mattina e di non prendersi nemmeno la briga di avvisare. Ovviamente non è già più una collega. Ciao Alessandra, è stato bello vedere il tuo nome sui turni per una settimana. No, non distraiamoci.
La morale è che quindi siamo uno in meno. Di sabato. Mattina. E primo pomeriggio. Fino alle 16. Si salvi chi può.

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SABATO POMERIGGIO, ORE 16.00

Dopo qualche sguardo di disapprovazione mista a indignazione da parte di alcuni clienti molto poco pazienti, un caffè rovesciato sul braccio, un’inspiegabile macchia di cioccolato sulla camicia bianca e una serenata da parte di due pensionati, il mio turno volge finalmente al termine.
Timbro e mi siedo. Per oggi è finita.
Il capo si avvicina. É un capo molto esigente. È severo con se stesso e anche con gli altri, lavora tanto e duramente ed è perfezionista quanto basta da poterlo considerare affetto da disturbo ossessivo-compulsivo. Non capita spesso che si complimenti per il lavoro svolto. Generalmente se quando a tradimento si presenta in negozio non si lamenta, non fa notare inadempienze o non si indigna perché un tavolo è storto e la sedia fuori posizione, vuol dire che si sta lavorando discretamente.
Pertanto la mia espressione quando, dopo qualche sguardo di disapprovazione mista a indignazione da parte di alcuni clienti molto poco pazienti, un caffè rovesciato sul braccio, un’inspiegabile macchia di cioccolato sulla camicia bianca e una serenata da parte di due pensionati, il mio turno volge finalmente al termine e lui mi dà una pacca sulla spalla e mi dice: “Grazie Vero, oggi sei stata brava! E nonostante il risveglio traumatico!”, la mia espressione non può che essere di una felicità incredula. Quasi mi commuovo.

Ogni tanto questo mondo mi regala qualche gioia!

Gli offesi

 

Sì. È esattamente così che funziona: possono anche esserci 20 persone al banco del bar, ma nessuna vuole semplicemente un caffè. Un caffè è banale. Un caffè è da poveri. Un caffè è no.

E non è perché è il 26 dicembre, sono le 8.45 e il bar è operativo nonostante il centro apra dopo pranzo, che alla gente fai un po’ di tenerezza o di pena. La gente non diventa empatica, ma soprattutto non diventa più buona solo perché è periodo natalizio.
Qualsiasi cosa tu faccia, in qualunque modo tu ti muova, sei comunque troppo lento, hai servito prima un cliente arrivato dopo e la proporzioni di caffè e latte nel cappuccio non le hai assolutamente azzeccate.
E mentre tu ti affanni nel tentativo di fare da tramite tra il cliente che ordina e il barista che prepara tutto ciò che viene richiesto, una signora(A) decide che è arrivato il momento di fermarmi per dirmi la sua.
A: “Scusi signorina, ma perché i negozi sono chiusi?”. Sto pensando di tatuarmelo in fronte.
B: “Aprono a mezzogiorno oggi signora, a Santo Stefano fanno orario ridotto”
A: “Ah. Dovevano avvisare”.(CHI??) “Noi ormai siamo qui. Ma il 31 e l’1 invece siete aperti?”.
B: “Il 31 sì, signora. L’1 il centro rimarrà chiuso.”
A: “ E il 6 gennaio?Sarete mica chiusi anche il 6 gennaio?!”
Non sia mai.
B: “No signora non si preoccupi, il 6 siamo aperti.”

Indispettita si gira verso il marito, perso nei suoi pensieri e lo informa delle date di apertura e di chiusura. Lui offeso afferma:“Ci mancherebbe altro. Già sono stati chiusi a Natale e lo saranno anche il primo di gennaio, ci manca solo che pretendono di stare a casa anche altri giorni”.

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Vorrei capire che tipo di sicurezza nasca nel sapere che il centro sia aperto anche in giorni di festa, ma probabilmente non è questo il momento per rifletterci. Titubo. L’orda di nuovi clienti mi travolge, pronta a ordinare cose inesistenti.
Meglio non farsi domande.

Il temerario

14 anni. Un metro e trenta. Sigaretta in bocca che fa sempre uomo vissuto. Gomito appoggiato al banco della caffetteria. Sguardo all’orizzonte. Non teme nulla.

“Ciao,hai bisogno?” chiedo. Già mi irrita.

“Sì, per caso hai una biro da IMPRESTARMI?” . Orticaria.

“Sì, tieni.”Si allontana. Torna.

“Grazie mille!” dice. Mi restituisce la penna insieme a un bigliettino. Se ne va soddisfatto, gli amici lo accolgono in festa. É il loro eroe.

Apro il bigliettino:”Se vuoi spassartela un pò, chiamami. 345*******” .

Voglio licenziarmi.

Il dramma della scelta

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È un radioso pomeriggio estivo. Per gli altri. All’interno del centro le luci artificiali e la mancanza di vetrate tolgono ai dipendenti la possibilità di percepire se sia estate o inverno, giorno o notte, vita o morte.
Come sempre, la gente ama le cose solo dopo averle perse, quindi si accorge della bellezza dell’estate solo quando fuori ci sono dieci gradi sotto zero e le ore di luce sono ridotte al minimo. Quando è agosto però, la cosa migliore che si possa fare per vivere la bella stagione fino in fondo senza rimpianti è chiudersi al centro commerciale e gustarsi un buon gelato con vista negozi.
È insomma un pomeriggio come tanti altri e al bar tutto fila liscio. Io, come ogni giorno, mi appresto a servire con divisa pulita e ordinata, cordialità, disponibilità e sorriso pre-stampato sulle labbra, clienti più o meno rilassati.
Circa a metà pomeriggio un insolito ragazzo si avvicina alla sezione-gelateria, capello sbarazzino, jeans strappati, espressione confusa come se fosse arrivato per caso in un posto a lui sconosciuto. Un’aria sveglia insomma. Cammina ciondolando verso la vetrina dei gelati e, raggiuntala,vi si blocca davanti.
Dopo qualche minuto, timida, mi avvicino: “Ciao, posso aiutarti?”
Silenzio. Agita la mano in segno di risposta. Lasciami in pace, non sono pronto.
Trascorre ancora qualche minuto. Avrà deciso, penso, posso riprovarci(?).Temo di disturbarlo. “Quando hai scelto dimmi pure, azzardo. Di nuovo la mano. Di nuovo mi caccia. Di nuovo non è pronto.
Servo altre persone, mi convinco che tutto sia normale, lui immobile e indeciso, la signora con costume e copricostume, occhiali da sole grossi quanto metà della faccia e un’aria da “muovetevi a servirmi, devo tornare ad abbronzarmi” si lamenta invece per qualche secondo di attesa.
Dopo un tentativo di approccio fallito anche da parte della mia collega, decido finalmente di chiedergli cosa lo stia tanto turbando. “Se hai bisogno qualcosa dimmi pure, se vuoi assaggiare qualche gusto che sei indeciso…”. Esito. Tira su la testa. Mi guarda. Scrolla le spalle. Annuisce. La ributta in avanti con disperazione. Si ricompone. Finalmente è pronto a parlare :“È che quando devo scegliere i gusti di gelato non penso mai a quelli che sto per prendere, ma a tutti quelli che mi sarò lasciato alle spalle una volta scelto”. Rimango basita. Balbetto. Cerco nella mia mente una risposta confortante, ma il cervello è bloccato a metà tra lo stupore e il tentativo di reprimere una risata.
“Oddio caro”, dico, “dai non viverla così. Non sarà una scelta irreversibile e domani potrai comunque provare qualche altro gusto se quelli di oggi non ti piacciono”.
“Ok…” mi concede, sospira. Non parla, me ne indica due. Gli preparo il suo gelato. Lo prende, mi paga, mi ringrazia per la disponibilità e ciondolante se ne va, così come era arrivato.
Rimango immobile: il dramma della scelta riassunto, o meglio vissuto in un pomeriggio estivo in gelateria. Quando abbiamo troppe opzioni non sappiamo quale scegliere, qualsiasi decisione comporterà inevitabilmente una rinuncia.
Il mio pomeriggio ha avuto una svolta positiva. Tra svariati clienti maleducati o troppo di fretta per dire “ciao” e “grazie”, qualcuno si mostra gentile e si ferma a riflettere riuscendo a trovare della filosofia nella quotidianità, forse fin troppa. Mi chiedo come riesca ogni giorno a scegliere quali vestiti indossare e quali scarpe mettere, come sia riuscito a scegliere quale scuola frequentare o come farà a trovare l’anima gemella. Ma tutto questo non è importante.

Ciò che conta è che il bigliettino su cui mi sono prontamente annotata la frase-simbolo della giornata è ora appeso sulla bacheca nel retro del bar.

E lui non verrà dimenticato.